Il Maira. Dimora dello sguardo.
Anna Cavallera
La fotografia di Giorgio Barberis vive di silenzi poetici e si scompone in scatti alti, sinceri come il suo sguardo. Un osservare che ha il passo lento di chi ama i sentieri non battuti e da sempre sorvola lieve sui paesaggi incontaminati che lambiscono il fiume Maira.
Il “suo” fiume, un rifugio per l’animo errante del fotografo o, meglio, una “dimora” - così come vorrebbe l’etimologia del termine “Màira”, con il quale anticamente si indicava una stalla-fienile situata tra i piccoli centri abitati montani e i pascoli d’alpeggio -, una tana con la quale Barberis conserva un rapporto esclusivo, fatto di lunghi sguardi colmi d’amore.
Il progetto fotografico, comprensivo di circa 50 scatti raccolti in quattro anni di lavoro sul campo, lungo il tratto che va dal ponte Maira alla Pedaggera e alla Cascina Gorgo, narra un legame intimo, nato quando l’autore era ancora fanciullo ed il fiume costituiva il suo piccolo mondo di giochi e avventure.
Come racconta Barberis con voce pacata, il Maira “ce l’ha dentro”, e il Maira l’ha plasmato, giorno dopo giorno, permeando con il suo scorrere, ora placido, ora vorticoso, le giornate trascorse poco distante dalla cascina Brunotta, dov’è cresciuto con il padre Bernardino, la madre Maddalena, la sorella e il fratello. Il luogo dei ricordi, lo specchio d’acqua limpido e cristallino dove pescava all’alba con il padre, un uomo taciturno che gli ha insegnato il valore del silenzio, ma anche il nascondiglio di chi non conosceva vacanze, dove ingannare le lunghe ed assolate estati, tra tuffi e picnic in famiglia.
Alla voce del Maira, ai suoi ammalianti profumi di terra e sottobosco, Barberis ha sempre risposto, mettendosi in cammino verso le sue acque, seguendo incuriosito un volo di cicogne nel cielo di un mattino primaverile.
Il mormorio delle rapide che si rincorrevano tumultuose nelle gelide notti senza luna, trascorse a srotolare rosari e racconti nella stalla della cascina, suggellavano l’importanza del movimento perpetuo di «certi piccoli fiumi di bassa pianura». Gli stessi che, come narrava il cantautore Gianmaria Testa nel 2009, «arrivano dritti nel mare / E chissà se si accorgon di niente/ O si lasciano semplicemente arrivare/ Assomigliano a certe tristezze/ Che senza preavviso allagano i laghi del cuore/ E alla solita acqua ci mischiano un'acqua/ Che arriva da non si sa dove».
Eppure, del Maira, affluente di destra del Po che scorre nell’omonima valle del Cuneese, molto è stato indagato da esperti e naturalisti, dalle sue sorgenti sulle Alpi Cozie che sgorgano nei pressi della borgata Saretto sino a riversarsi nel Po a Lombriasco. La sua storia s’intreccia con la nascita della civiltà, con le prime comunità sorte sulle sue sponde, dove ancora oggi si ritrovano le testimonianze del passaggio di genti diverse, tra coltivazioni, cappelle votive, residenze nobiliari e percorsi naturalistici che costeggiano boschi misti ripari, alternati a querce, splendidi saliceti e pioppi bianchi.
Ma il Maira che ci presenta Giorgio Barberis attraverso i suoi scatti è una creatura viva e misteriosa, fatta di energie impalpabili catturate dall’obiettivo della sua Nikon D850 che esplodono oggi sulla pellicola fotografica. Un racconto fatto di atmosfere vibranti dove tutto è vivo e indifferente allo sguardo dell’uomo, dove la natura regna indisturbata e sovrana, seguendo i cicli della luna e del sole che determinano alte o basse maree.
Come un moderno flâneur custode di segreti antichi, Barberis è inconsapevolmente l’autore di un componimento lirico e visivo sul Maira: egli si fa portavoce di un canto antico, di presenze liquide e primitive guidate da un moto perenne, mutabili e insondabili, tanto fragili nella loro purezza sempre in pericolo, quanto violente e travolgenti nelle sue piene. Scenari dove l’occhio umano inciampa, è ospite indesiderato e non può che restare ai margini, a contemplare la meraviglia della natura che si celebra lungo le sue sponde.
Nella ricerca espressiva di Barberis, dall’inquietudine naturale e cosmica emerge uno sguardo panico che contempla l’infinito attraverso fotogrammi dal taglio quasi cinematografico ed offre atmosfere che richiamano alla memoria i bei versi dell’indimenticato poeta Costanzo Liprandi: «Sui campi di brina/ pensieri d’aurora. / Melodie di tinte».
Sotto il suo obiettivo fotografico, strumento ermeneutico di esplorazione interiore e di ricerca del sé, di ricordi e risposte antiche come l’umanità, sono passate stagioni intere, giornate lunghissime ed anni brevi, paesaggi eterni che appaiono come metafore di un pellegrinaggio individuale, tra memorie e archetipi.
Una sottile melodia si diffonde tanto nelle fotografie autunnali dai toni caldi e dorati, quanto in quelle invernali dove nebbie sature e cristalli di ghiaccio s’insinuano fra i prati, infiltrandosi tra le rive, tra i tronchi e i rami carichi di vita, flagellati dalle piogge, dalle nevicate, dalla violenza dei venti del nord.
Raffinate alternanze e combinazioni cromatiche, mai pretestuose, stabiliscono percezioni che si sostanziano nella solitudine e nel silenzio. Lo spirito inquieto lascia emergere immagini e ricordi, la memoria del sé. Affiora una fotografia espressionista che supera l’immagine oggettiva del vero per comunicare emozioni e riflessioni.
Una fotografia che respira e guarda alla poesia.
Alcune riprese fotografiche appaiono impregnate d’arte e i tempi creativi somigliano a quelli di un pittore che guarda, osserva, e sceglie quando ritrarre.
Un gesto creativo, quello di Barberis, che sacralizza la terra e le acque ed esalta la potenza della natura, la spiritualità e la dimensione dell’invisibile che declinano il creato nelle sovrapposizioni del sogno, della memoria, dell’inconscio e della conoscenza, tra altalene percettive e simbolismi arcaici.
L’acqua del Maira porta con sé la forza della montagna da cui sgorga, linfe vitali che nascono nelle viscere della terra, l’attraversano e portano vita, nutrimento e rifugio per un’infinita varietà di specie vegetali e animali, dagli aironi ai ghiri, dai ricci ai caprioli, piccoli e grandi abitanti che il fotografo ha catturato in scatti impareggiabili. Ogni immagine è rubata con la curiosità e l’entusiasmo del bambino che vuol collezionare avventure, ma anche con lo sguardo scientifico del tecnico di radiologia che non si accontenta di ciò che appare, ma indaga e scava sotto la superficie dell’orizzonte per fissare particolari che l’occhio nudo non potrebbe registrare. È così che emergono strutture e particolari tanto precisi e veri da trasformarsi in altri soggetti, in altre realtà. Rifuggendo compiacimenti tecnologici e concettuali, attraverso il suo straordinario talento espresso mediante l’immagine, Giorgio Barberis, gentiluomo della fotografia contemporanea, conduce il pubblico lungo un cammino personalissimo che coniuga il visibile e l’invisibile, la complessità del reale e l’evanescenza di una memoria privata e collettiva.